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Racconti di viaggio - Pakistan di Anna Maria Zuarini e Giorgio Padula ©
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UNA
GIORNATA FRA I KALASH
Siamo
nell’estremo nord ovest del Pakistan. Partiti da Chitral di buon mattino,
dopo un viaggio di circa due ore in jeep e un breve ed agevole trekking,
arriviamo a Bumburet, uno dei tre villaggi, gli altri sono Birer e Rumbur,
dove vivono i Kalash. Ci fermiamo all’ombra di un grosso albero in riva al torrente. A Birer siamo entrati nelle case della gente. Qua, se avremo pazienza, saranno loro a cercare noi e qualcosa succederà. Arrivano infatti dopo un poco alla spicciolata. Sono tutte ragazze giovani e graziose. Alcune indossano il tradizionale copricapo di feltro nero che cade sulla schiena, completamente ornato di conchiglie a forma di chicchi di caffè (cauri), campanellini, bottoni di madreperla, coralli, borchie. Siedono con noi, parlano, ridono, ammiccano. Chissà quanti commenti su di noi non certamente lusinghieri. Interrompiamo il loro chiacchiericcio offrendo un anellino a una delle ragazze. L’osservano, mostrano di gradirlo e così inizia …il gioco del baratto: io do una cosa a te e tu dai una cosa a me. Per loro poi non è tanto un gioco, giacché praticano giornalmente il baratto come mezzo di scambio. E così: un anello con un braccialino, un fermaglio con un cauro, una biro con una borchia, dei biscotti con dei.. fichi, improvvisamente materializzatisi: saporiti, strani, piccolissimi come delle piccolissime olive. Una ragazza ci mostra la sorellina di pochi mesi, molto ma molto graziosa. Capiremo dopo un po’, con l’universale linguaggio dei gesti, incuriositi dal modo amorevole con il quale se la coccola, che invece è la figlia. Cosi giovane e già sposata! E tuo marito? E’ fuori al pascolo. Giusto: Kalash significa uomo ma anche pastore. S’avvicinano degli uomini. Non sono Kalash. Ci danno il benvenuto. Uno di loro, un giornalista, con l’aria di volerci compiacere, ci racconta che il popolo kalash , è proprio vero!, discende da Alessandro il Macedone. Fa parte cioè della nostra gente, e ciò dovrebbe inorgoglirci. Ci fingiamo meravigliati per non deluderlo e allora lui, sempre per compiacerci, ci elargisce un interessante fiume di notizie. I Kalash, ridotti ormai a meno di millecinquecento anime, sono chiamati Kafiri, cioè pagani, dal mondo musulmano che li circonda, e, aggiungo io, che certamente li assedia. Ciò perché essi sono politeisti, idolatri. Le loro divinità, Khodai, creatore dell’universo, Balmain e altri, parlano attraverso emissari (dehar) capaci di cadere in trance. I riti religiosi sono pagani, legati agli eventi naturali e al succedersi delle stagioni. I Kafiri non sotterrano i loro morti ma li lasciano nelle bare scoperte, in aree cimiteriali e dedicano loro statue lignee. Le donne sono libere. Ballano,
bevono, conversano disinvoltamente con uomini anche se estranei e non
indossano il chador. Non partoriscono nelle loro case ma nella “casa della
maternità” perché impure. Dopo alcuni giorni dal parto rientrano in
famiglia dopo essersi immerse nel torrente, anche se gelido, per purificarsi.
Esse contano molto nella società kafira per essere presenti in un rapporto di
tre a dieci. Sulla via del ritorno chiediamo alle nostre compagne di viaggio
se, per contare di più nella vita, non preferiscano essere lasciate nel
Kafiristan.
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